Violenza giovanile, serve una società che restituisca prospettive

Di Pasquale: "Non è peggiorando le sanzioni che si restituisce il senso del limite"

- La Redazione

Violenza giovanile, serve una società che restituisca prospettive

TERAMO - La violenza tra i giovanissimi è il sintomo di un malessere profondo. La risposta non può essere soltanto repressiva: occorre ricostruire luoghi di aggregazione, relazioni, opportunità e prospettive.

C’è qualcosa di profondamente inquietante nei tanti episodi di violenza che vedono protagonisti ragazzi sempre più giovani. Le violenze che esplodono durante alcune manifestazioni, le aggressioni gratuite, i ragazzi che fanno cadere un attore dal monopattino per il solo fatto di annoiarsi, gli insegnanti accoltellati dai propri studenti. Episodi diversi, per contesto e gravità, che tuttavia impongono una riflessione comune.

A colpire non è soltanto la violenza, ma anche il modo in cui viene vissuta, raccontata ed esibita. Sempre più spesso le aggressioni vengono riprese con i telefonini, trasformate in video da pubblicare sui social, quasi che la sofferenza altrui possa diventare uno spettacolo e la sopraffazione uno strumento per conquistare visibilità, consenso, popolarità. Si cerca di diventare protagonisti, leader, idoli di un pubblico virtuale attraverso gesti che nella vita reale producono dolore, paura e conseguenze talvolta irreparabili.

È il segnale di un malessere che non possiamo liquidare come semplice devianza o criminalità giovanile. È un fenomeno che va osservato, studiato, compreso e soprattutto affrontato nelle sue cause profonde.

Di fronte a questi episodi, la risposta della politica sembra essere sempre la stessa: introdurre nuovi reati, aumentare le pene, moltiplicare i divieti, rafforzare gli strumenti repressivi. Una risposta apparentemente semplice, capace di intercettare la paura e l’indignazione dell’opinione pubblica, ma che rischia di non risolvere nulla.

Non è aumentando continuamente le sanzioni che si restituisce ai giovani il senso del limite, il rispetto degli altri e il valore della convivenza civile. Tanto più in un Paese nel quale il sistema giudiziario è già gravato da enormi difficoltà e le forze dell’ordine operano spesso con organici insufficienti e risorse inadeguate.

Le responsabilità individuali devono essere accertate e i comportamenti violenti sanzionati. Nessuno può pensare che la giovane età giustifichi la violenza. Ma punire un comportamento non significa necessariamente prevenirlo. E una società che interviene soltanto quando un ragazzo commette un reato è una società che ha già perso troppe occasioni per educarlo.

Dobbiamo allora avere il coraggio di spostare lo sguardo dalla sola repressione alla prevenzione, dalle conseguenze alle cause, dalla paura dei giovani alla responsabilità che gli adulti hanno nei loro confronti.

Occorre interrogarsi sul ruolo delle famiglie, sempre più spesso lasciate sole ad affrontare difficoltà educative, economiche e relazionali. Sul ruolo della scuola, alla quale chiediamo di risolvere ogni problema sociale senza garantirle sempre gli strumenti, le professionalità e le risorse necessarie. E sul ruolo delle istituzioni, che troppo spesso hanno progressivamente ridotto gli spazi e le occasioni di crescita collettiva.

In quanti territori, soprattutto nelle periferie e nelle aree interne, un adolescente può trovare gratuitamente un luogo dove incontrare altri ragazzi, praticare sport, fare teatro, musica, arte, leggere, confrontarsi, sviluppare una passione?

Quanti giovani, terminata la scuola, trovano soltanto strade, piazze, centri commerciali o la solitudine della propria stanza, con uno smartphone come principale finestra sul mondo?

Non possiamo ignorare che una parte importante della socialità giovanile si svolge ormai in un universo virtuale nel quale la violenza viene troppo spesso spettacolarizzata, banalizzata e persino premiata attraverso visualizzazioni e consensi. Un mondo nel quale il successo sembra misurarsi con il numero dei follower e nel quale anche un gesto crudele può diventare uno strumento per ottenere riconoscimento.

La tecnologia non è di per sé il problema. Il problema nasce quando il mondo virtuale finisce per sostituire le relazioni reali, quando manca un’educazione all’uso consapevole degli strumenti digitali e quando i ragazzi non trovano, nella società che li circonda, alternative altrettanto coinvolgenti e capaci di dare significato alla loro vita.

Dobbiamo tornare a investire nella cultura, nello sport, nel teatro, nella musica, nell’arte, nei luoghi di aggregazione e nella partecipazione. Non come attività accessorie o semplici occasioni di svago, ma come strumenti fondamentali di formazione della persona, di inclusione sociale e di prevenzione del disagio.

Servono scuole aperte anche oltre l’orario delle lezioni, centri culturali e sportivi accessibili a tutti, servizi di sostegno psicologico, educatori, progetti capaci di coinvolgere le famiglie e le comunità. Servono politiche pubbliche che contrastino la povertà educativa e le disuguaglianze, perché non tutti i ragazzi partono dalle stesse condizioni e non tutti hanno le medesime opportunità.

Ma occorre anche qualcosa di più: ripensare profondamente, e farlo presto, il percorso educativo e formativo delle nuove generazioni.

Una scuola che non si limiti a trasmettere conoscenze, ma insegni a comprendere le emozioni, a gestire i conflitti, a riconoscere il valore delle differenze, a rispettare le persone. Una formazione che sviluppi il pensiero critico, il senso di responsabilità, la capacità di vivere insieme agli altri.

E soprattutto una società che restituisca ai giovani una prospettiva.

Perché non possiamo chiedere ai ragazzi di credere nel futuro se siamo i primi a non investire sul loro futuro. Non possiamo pretendere responsabilità senza offrire opportunità, chiedere partecipazione senza creare spazi di partecipazione, invocare il rispetto delle regole senza costruire un contesto nel quale quelle regole siano comprese e condivise.

La violenza giovanile non può essere affrontata soltanto come una questione di ordine pubblico. È anche una grande questione sociale, culturale, educativa e, inevitabilmente, politica.

La politica deve assumersi la responsabilità di elaborare risposte strutturali, di lungo periodo, superando la tentazione di inseguire ogni episodio di cronaca con l’annuncio di un nuovo provvedimento repressivo.

Non abbiamo bisogno di una società che abbia paura dei propri giovani, ma di una società che torni a occuparsi di loro, ad ascoltarli, a comprenderne il disagio e a valorizzarne le capacità.

La vera sicurezza non si costruisce soltanto aumentando le pene, ma riducendo le condizioni che alimentano la violenza.

È molto più difficile educare che punire. Richiede tempo, risorse, competenze, continuità e scelte politiche coraggiose. Ma è l’unica strada capace di produrre un cambiamento duraturo.

Perché la sfida non è soltanto impedire che un ragazzo diventi autore di violenza. È fare in modo che possa diventare una persona libera, consapevole, responsabile, capace di riconoscere negli altri non un nemico da sopraffare, ma un essere umano da rispettare.

Il futuro dei giovani non si costruisce con la paura della pena, ma con la forza dell’educazione e con la possibilità concreta di immaginare una vita diversa. - Manola Di Pasquale -