Bankitalia, Abruzzo più povero e potere d'acquisto in calo
Il Pd fotografa in una nota la situazione delle famiglie e del mondo del lavoro, che è più povero
- La Redazione
PESCARA - “I numeri di Bankitalia dicono una cosa molto chiara, che vale per il Paese e peggiora se si osserva l’Abruzzo: l’occupazione cresce per le fasce d’età più avanzate, il potere d’acquisto dei salari è più basso e si vive peggio. Al fondo, il paradosso di Meloni e Marsilio sta tutto nell’incapacità di vedere questa fotografia: quella che sta crescendo è un’occupazione povera e spesso precaria. Se il Pil dell’Abruzzo è cresciuto, in gran parte per l’effetto dell’export e della spinta del settore delle costruzioni e degli investimenti, che rappresentano la coda del PNRR, del superbonus e del sismabonus, dall’altra c’è la realtà delle famiglie e del lavoro: tra il 2008 e il 2023 gli stipendi reali sono crollati dell’11,7%. Questo significa che in Abruzzo l’inflazione erode il potere d’acquisto più che nel resto d’Italia. Qui si perde il doppio di Milano e Roma. Una retribuzione che valeva 100 euro nel 2008, oggi ne vale 88,3. Questo è il fallimento politico della destra”, denunciano il segretario regionale del PD Daniele Marinelli e Graziano Di Costanzo, responsabile Economia della segreteria regionale, commentando il rapporto.
“Il Paese di Meloni non se la passa bene, lo denunciamo da tempo, ma la Regione Abruzzo ha fatto peggio: le retribuzioni nominali sono cresciute meno della media nazionale, +19,2% contro +23,3% - rimarcano Marinelli e Di Costanzo -. Non sono state messe in campo politiche salariali, di contrasto all’inflazione e misure regionali su casa, energia e trasporti. E sono cresciute le tasse, anche per effetto dell’aumento dell’IRPEF regionale, che insieme alle maggiori addizionali pesa per oltre 150 milioni di euro l’anno su lavoratori, pensionati e imprese. Risultato: le abruzzesi e gli abruzzesi sono più poveri. E per restare a galla devono intaccare i risparmi, se ce li hanno. Si celebra la crescita dell’occupazione, di fatto dello 0,9%, ma questa percentuale è trainata dal lavoro autonomo, +4,8%, mentre i dipendenti stabili non ripartono. Ancora più preoccupante è il dato generazionale: cresce l’occupazione solo tra gli over 50, mentre cala tra gli under 35 e nella fascia 35-49 anni, sintomo di una crescita precaria, di chi “si arrangia”. E spesso chi lavora resta povero; due parole, lavoro e povero, che non dovrebbero mai stare all’interno della stessa frase. Eppure la realtà è questa. Bankitalia stessa dice che il sistema tiene grazie al boom dei lavoratori indipendenti. Non è un modello, è un segnale di debolezza, anche perché intanto la Cassa Integrazione sale: 17,5 milioni di ore autorizzate nel 2025, +30% in un anno, con un’impennata della cassa straordinaria. È la spia rossa della crisi delle fabbriche.
"Anche i dati che la destra rivendica raccontano una realtà molto diversa da quella della propaganda. L’export cresce, ma quasi esclusivamente grazie all’exploit del comparto farmaceutico, mentre arretrano settori strategici come automotive, tessile, metallurgia e chimica. È il segnale di un’economia che si regge sulle performance di poche grandi multinazionali, mentre il tessuto produttivo regionale continua a soffrire. Lo stesso vale per il credito: aumentano i finanziamenti alle imprese più grandi, ma diminuiscono per le micro e piccole aziende, che rappresentano oltre il 98% delle imprese abruzzesi e danno lavoro a più del 70% degli occupati, pagando il prezzo più alto dell’aumento dei costi dell’energia e della debolezza dei consumi interni. Anche la crescita delle presenze turistiche va letta con equilibrio, perché è influenzata dall’emersione delle strutture ricettive legata all’introduzione del Codice Identificativo Nazionale. L’Abruzzo ha enormi potenzialità, ma il Governo regionale oltre ad “affacciarsi sul balcone del futuro”, che fa? Manca una visione industriale, manca un piano per trattenere i talenti, mancano investimenti su salari, formazione e innovazione nelle imprese. Senza questo, l’Abruzzo rischia il “destino amaro” di cui parla Bankitalia: restare sempre indietro. Il PD propone un’altra strada, subito: un Patto regionale per i salari e il potere d’acquisto, con imprese, sindacati e Università per agganciare i compensi all’inflazione reale abruzzese. Misure regionali su affitti ed energia per alleggerire il costo della vita, TPL a tariffa unica e gratuito per alcune fasce di popolazione, come studentesse e studenti, lavoratrici e lavoratori e fasce più deboli, eliminazione dell’aumento dell’IRPEF regionale, che va restituita ai contribuenti. E poi un piano per il lavoro stabile, con incentivi veri per trasformare i contratti precari. Formazione 4.0 legata ai settori che crescono: farmaco, energia, ICT, turismo destagionalizzato. Serve una cabina di regia regionale che metta insieme PNRR, fondi europei e risorse ordinarie per fare dell’Abruzzo una regione ad alta produttività e ad alti salari, non la regione del ‘meno 11,7%’. I dati ci dicono che l’Abruzzo può crescere. Ma senza una Regione che governa, questa crescita non arriva alle buste paga. Senza una Regione capace di imporsi a livello istituzionale, questa fotografia non arriverà mai sui tavoli del Governo, che peraltro ha più volte dimostrato di non avere nessuna voglia di occuparsi dell’Abruzzo. È il miracolo della filiera, alla rovescia: un veleno che sta inaridendo la nostra regione".